Il fantasma di Marchionne in Ohio

Il fantasma di Marchionne si aggira nelle fabbriche di quell’Ohio che ha appena consegnato nelle mani di Barack Obama il secondo mandato alla Casa Bianca. E’ lì, come pure in Indiana e Michigan, nel ventre operoso della manifattura americana, che la classe operaia insieme con il suo sindacato (in pratica ce n’è uno solo, lo United Auto Workers, compatto e non massimalista) ha costruito due capolavori in un colpo solo: la messa in sicurezza di 850 mila posti di lavoro ancorati al settore automobilistico e la rielezione del presidente democratico.
21 AGO 20
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Il fantasma di Marchionne si aggira nelle fabbriche di quell’Ohio che ha appena consegnato nelle mani di Barack Obama il secondo mandato alla Casa Bianca. E’ lì, come pure in Indiana e Michigan, nel ventre operoso della manifattura americana, che la classe operaia insieme con il suo sindacato (in pratica ce n’è uno solo, lo United Auto Workers, compatto e non massimalista) ha costruito due capolavori in un colpo solo: la messa in sicurezza di 850 mila posti di lavoro ancorati al settore automobilistico e la rielezione del presidente democratico. Obama ci ha messo del suo, naturalmente, con un bailout da circa 80 miliardi di dollari per Chrysler e General Motors, vincolato però a una rivoluzione copernicana nella contrattazione aziendale legata alla produttività e a una riformulazione delle prerogative sindacali.
E qui entra in scena Marchionne, l’ad di Fiat-Chrysler disposto a investire soltanto a Toledo 500 milioni di dollari per ristrutturare lo stabilimento e convertirlo alla confezione delle nuove Jeep. Sulla stessa linea si sono subito attestati i suoi colleghi di Gm e Ford. L’operazione ha avuto un costo sociale non indifferente: duemila concessionari chiusi, quattordici fabbriche dismesse e, nel caso di Chrysler, anche condizioni sindacali rigorosissime come la riduzione di salari e benefit e la rinuncia al diritto di sciopero fino al 2015. Risultato: schivati gli scogli delle rappresentanze estreme o del ceto politico ideologizzato (in America manca un blocco Vendola-Fiom, per capirci), in tre anni Marchionne ha triplicato la produzione nel Nordamerica, ha assunto 11 mila lavoratori e predisposto un’ulteriore ingaggio di 1.100 unità per il 2013 (la bontà dei dati, in Italia, è stata accolta anche dal blog del Manifesto “AutoCritica”).
Non sarà il paradiso in terra della classe operaia, forse, ma questo sistema ha prodotto utili per 381 milioni di dollari nell’ultimo trimestre solo per l’azienda di Marchionne, e di riflesso più occupazione e investimenti internazionali da parte di aziende manifatturiere invogliate da un costo del lavoro competitivo con quello di Cina e Messico. Ineluttabile è sopraggiunto il tornaconto nelle urne, dove la massa critica obamiana gestita dallo Uaw ha inferto la spallata decisiva alle speranze dello sfidante Romney. La Chrysler ha perfino concesso un giorno di vacanza a tutti i suoi dipendenti perché potessero andare a votare Obama in blocco. Non sarebbe male che la sinistra italiana, tanto puerilmente infatuata di Obama quanto diffidente verso Marchionne, prendesse nota di come si vince in America.